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COLPEVOLE PER DEFINIZIONE

Copertina del libro Colpevole per definizione
Colpevole per definizione

Trama:

A Oxford, nel cuore di un luogo dove le parole non sono “solo parole” ma prove, tracce, storia, arriva una lettera anonima indirizzata alla redazione del dizionario. Non è una segnalazione da lettore pignolo, né una correzione di routine: è un messaggio costruito per farsi leggere come un enigma. Chi scrive sembra conoscere la logica dei lessicografi: sa che ogni termine è un corridoio, che ogni definizione può nascondere una crepa, che certe sfumature valgono più di una confessione.

A riceverla è Martha Thornhill, appena nominata caporedattrice e rientrata a Oxford dopo anni lontana. Per lei quella lettera non è soltanto inquietante: è personale. Le allusioni puntano a un’estate precisa, a una ferita che in famiglia non ha mai smesso di sanguinare: la scomparsa di Charlie, la sorella maggiore, brillante e irrequieta, svanita senza lasciare un corpo, senza una verità definitiva.

Martha prova a restare nel suo ruolo, a tenere il caso fuori dalla porta dell’ufficio. Ma l’anonimo non vuole “informare”: vuole guidare, passo dopo passo, con indizi disseminati come lemmi. E Oxford — con i suoi corridoi, le biblioteche, le tradizioni e i silenzi educati — diventa un labirinto in cui le definizioni non chiariscono: spostano. Ogni parola scelta dall’anonimo sembra aprire un cassetto rimasto chiuso troppo a lungo: rivalità, gelosie sottili, amicizie che erano meno innocenti di quanto sembrassero, e soprattutto la domanda più scomoda di tutte: Charlie era davvero una vittima, o qualcuno aveva motivo di farla sparire?

La storia gioca nel punto in cui “giallo” e “lingua” si sovrappongono: non si cerca solo chi abbia fatto cosa, ma come certe storie vengono raccontate, sistemate, addomesticate — finché la verità diventa una definizione comoda, e non quella giusta.

Recensione:

L’idea che regge tutto è forte e, soprattutto, coerente: un mistero raccontato attraverso il mestiere delle parole. Qui la lingua non è arredamento, è strumento di scavo: l’indizio non è solo l’oggetto trovato o la testimonianza, ma la scelta di un termine, una sfumatura, una definizione che “stona”. È un giallo che si muove con un’eleganza trattenuta: niente isterie, niente spettacolo, piuttosto un’inquietudine che cresce a ogni tassello perché il passato non torna con un boato — torna con un dettaglio.

Martha funziona proprio perché non è una detective per vocazione: è una professionista che si ritrova costretta a fare i conti con una storia che l’ha formata e deformata. La sua indagine è doppia: esterna (ricostruire gli eventi) e interna (rimettere a posto i ricordi, capire cosa ha scelto di dimenticare). E il fatto che tutto ruoti attorno a Charlie — assenza ingombrante, figura quasi “mitica” nella memoria — dà al romanzo un peso emotivo che evita l’effetto giocattolo: l’enigma diverte, ma non è mai innocuo.

Il ritmo non cerca la velocità a tutti i costi: preferisce la tensione a pressione, quella che ti porta a leggere “ancora un capitolo” perché vuoi capire quale parola arriverà dopo, e cosa significherà davvero. È un mystery che si appoggia su atmosfera, intelligenza e ferite familiari: la combinazione migliore, quando il giallo vuole lasciare qualcosa oltre la soluzione.

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Foto dell'autore Susie Dent
Autore: Susie Dent

Biografia:

Susie Dent è una di quelle persone che hanno fatto una cosa rarissima: hanno reso popolare un mestiere normalmente invisibile. Perché il lessicografo, di solito, lavora dietro le quinte: legge, confronta, verifica, pesa le parole come fossero oggetti fragili. Dent, invece, ha preso quel lavoro paziente e l’ha portato sotto i riflettori senza rovinarlo, senza trasformarlo in spettacolo vuoto.

Nata a Woking, nel Surrey, nel novembre 1964, studia lingue moderne a Oxford e poi completa un master in tedesco a Princeton: un percorso che dice già molto del suo modo di stare dentro la lingua, cioè con curiosità e rigore, ma anche con gusto per le deviazioni, per i dettagli laterali, per le sorprese.

Poi arriva l’incastro perfetto tra destino e quotidianità: lavora per una grande casa editoriale legata ai dizionari e finisce a Countdown, nello spazio del Dictionary Corner. Dal 1992 è lì a fare ciò che le riesce meglio: prendere una parola qualunque e raccontare da dove arriva, dove è passata, come è cambiata, cosa dice di chi la usa. E la cosa interessante è che non lo fa con aria da cattedra: lo fa con un tono chiaro, spesso ironico, sempre preciso.

Negli anni, quella competenza ha preso strade diverse ma coerenti: libri di divulgazione sulle parole e sulle loro storie, radio e tv, e poi anche un podcast molto seguito, dove la lingua diventa conversazione intelligente, non lezione.

Il riconoscimento più “ufficiale” arriva nel 2024, quando le viene conferito l’MBE per i servizi resi alla letteratura e alla lingua. Ma il punto, in fondo, è un altro: Susie Dent è diventata una figura familiare perché sa fare una cosa semplice e difficile insieme — far venire voglia di ascoltare le parole, come se fossero storie.

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