Il miraggio
Trama:
È una Stoccolma che non concede sconti: buio presto, neve che non cancella ma evidenzia, nervi tesi come fili. In questo clima esplode un doppio allarme.
Da un lato, il ministro della Giustizia vive in una paura crescente: le minacce non sono “rumore”, sono un conto alla rovescia. Dall’altro, la metropolitana restituisce un’immagine che sembra progettata per ferire l’immaginazione: ossa umane abbandonate dove ogni giorno passano migliaia di persone. Un gesto che non vuole solo uccidere: vuole umiliare.
Mina Dabiri prende in mano l’indagine con la sua lucidità quasi ossessiva. Ma questa volta la logica non basta, perché il caso è fatto di simboli, di messaggi, di scelte “teatrali”. E quando i pezzi si muovono così, Mina si ritrova costretta a rientrare in una dinamica che le pesa: coinvolgere Vincent Walder, mentalista e osservatore fuori dagli schemi.
Vincent non arriva con soluzioni magiche. Arriva con un modo diverso di guardare: chi ha orchestrato tutto vuole essere capito, vuole essere seguito, vuole che la polizia entri in un percorso. È qui che il romanzo si fa più feroce: ogni scoperta apre una porta su un passato condiviso, su relazioni che sembrano rispettabili finché qualcuno non decide di grattare la vernice.
E mentre la città si riempie di paura “pubblica”, Mina e Vincent devono gestire anche quella privata: i propri limiti, le proprie crepe, e il rischio che un miraggio — qualcosa che sembra vero da lontano — diventi la trappola perfetta quando ti avvicini.
Recensione:
La forza di questo terzo capitolo è la sensazione di urgenza costante, senza bisogno di urlare. Läckberg e Fexeus tengono il ritmo alto con una tensione che nasce più dalla regia che dall’azione: il lettore sente che qualcuno sta guidando la storia, e proprio per questo continua a guardarsi alle spalle.
La coppia Mina–Vincent funziona perché è spigolosa. Mina è controllo, precisione, nervo. Vincent è intuizione, lettura dei comportamenti, sguardo laterale. Insieme non “si completano” in modo romantico: si mettono continuamente in crisi, e questa frizione dà energia al caso.
Mi è piaciuto anche l’uso dell’ambientazione: Stoccolma non è sfondo, è pressione. La metropolitana, i luoghi pubblici, la politica: tutto contribuisce a quell’idea inquietante che la violenza non stia bussando alla porta di qualcuno, ma stia parlando a una città intera.
In breve: un thriller gelido e compatto, con un antagonista che sembra costruire scene più che delitti, e un finale di trilogia che spinge sul tema più scomodo: a volte ciò che insegui non è la verità… è l’immagine della verità che qualcuno vuole farti vedere.
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Autore: Camilla Läckberg
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