La ragazza dei fiori morti
Trama:
Clara Marsh ha costruito la propria vita come un corridoio pulito e senza sorprese: lavoro, casa, routine. È un’equazione che regge perché non prevede persone. Clara prepara i cadaveri, li trucca, li sistema, li consegna ai vivi con quell’ultima illusione di pace che serve ai funerali. Nel suo mondo le emozioni sono ammesse, ma solo in punta di piedi. Anche i fiori, per lei, non sono decorazioni: sono messaggi. Un linguaggio discreto, quasi segreto.
Il passato di Clara, però, non è un cassetto chiuso bene. Ci sono ferite e abbandoni che ogni tanto scricchiolano, soprattutto quando la vita le mette davanti qualcosa che assomiglia troppo a ciò che ha cercato di dimenticare.
Quel “qualcosa” entra in scena senza bussare: Trecie, una bambina che compare nel posto più sbagliato possibile, tra luci fredde e odore di disinfettante. Non è soltanto una presenza: è un allarme. Clara la guarda e capisce che dietro quel corpo piccolo c’è una storia che non vuole uscire allo scoperto. Eppure Clara non è un’investigatrice, non è un’eroina. È una donna che ha imparato a stare in disparte.
Finché Trecie sparisce.
A quel punto la trama prende la piega più tesa: Clara è costretta a fare ciò che teme di più, cioè entrare nel mondo dei vivi e insistere, fare domande, pestare calli, non accettare le risposte comode. E mentre prova a ritrovare la bambina, riaffiora anche il ricordo di un’altra piccola vittima rimasta senza nome: una ferita collettiva che sembra non essersi mai rimarginata davvero.
Recensione:
Questo romanzo ha una cattiveria particolare: non ti spaventa con l’effetto speciale, ma con la quotidianità. Con l’idea che l’orrore possa passare da una porta laterale, in silenzio, e fermarsi proprio dove nessuno lo cerca.
La scelta di una protagonista come Clara è il colpo migliore. Non è la detective brillante né la donna “invincibile”: è fragile, piena di ritegno, e proprio per questo credibile. Il suo lavoro, così fisico e così intimo, diventa la lente con cui guardi tutto il resto: la cura dei dettagli, la pietà per chi non può più parlare, il bisogno di mettere ordine in ciò che ordine non ha.
C’è anche un equilibrio delicato tra thriller e romanzo emotivo. I temi sono duri, ma non vengono usati per scioccare: restano addosso perché sono trattati con serietà, senza compiacimento. E quando la storia accelera, non lo fa “per fare scena”: lo fa perché senti che il tempo, per una bambina, è una moneta che finisce presto.
È una lettura che ti porta in un posto scomodo e poi ti chiede di restarci. Non per morbosità. Perché, a volte, la cosa più inquietante non è il buio: è il modo in cui le persone imparano a conviverci.
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Autore: Amy MacKinnon
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