La mappa nera
Trama:
Colter Shaw vive di movimento. Di strade, di telefonate brevi, di promesse mantenute “quando si può”. È un cacciatore di ricompense, sì, ma con una bussola personale che gli crea più problemi che vantaggi.
In La mappa nera si ritrova davanti a un pezzo di passato che non vuole restare passato: la pista lasciata da suo padre su una società che lavora nel campo dello spionaggio industriale e che tratta le persone come ostacoli da spostare. Per inchiodarli serve una prova. E quella prova non è in un archivio, né in un computer. È nascosta. In una borsa che sembra sparita da anni.
Colter ha in mano una sola cosa concreta: una mappa di San Francisco con diciotto punti segnati. Non un indizio “romantico”, ma un percorso costruito da qualcuno che sapeva come ragiona suo figlio: ti costringe a muoverti, ti costringe a scegliere, ti costringe a non avere mai la visione completa.
La caccia diventa subito fisica: quartieri diversi, porte chiuse, persone che sanno troppo e dicono poco. E soprattutto: qualcuno lo sta seguendo. Non la solita ombra improvvisata, ma professionisti pagati per fargli perdere tempo. O per farlo sparire.
Poi la posta si alza: non è più soltanto “trovare la borsa”. È impedire che, nel frattempo, una situazione esploda e porti via innocenti. Colter corre con una certezza addosso: ogni punto sulla mappa non è un posto. È una decisione.
Recensione:
Questo è Deaver quando decide di divertirsi con un meccanismo cattivo: una caccia al tesoro che non ha niente di giocoso. La mappa è un’idea semplice, quasi banale… finché non capisci che il vero thriller non è “dove si va”, ma “quanto ti costa arrivarci”.
Colter Shaw funziona perché non è un supereroe. È uno che ragiona in fretta, sbaglia in fretta, e paga in fretta. Ha un modo secco di stare al mondo: entra, osserva, collega, riparte. E proprio questa velocità diventa il suo punto debole quando l’avversario è organizzato e paziente.
Mi è piaciuta l’ambientazione: San Francisco non fa da cartolina, fa da labirinto. Strade, salite, micro-zone che cambiano faccia nel giro di due isolati. Perfetta per una storia in cui la sensazione dominante è che qualcuno, da qualche parte, stia sempre guardando.
E poi c’è la componente “familiare” (senza melodramma): qui la memoria non è nostalgia, è una cosa concreta che pesa. La mappa non è solo un oggetto. È un lascito. E come tutti i lasciti, porta con sé una domanda: stai continuando una missione… o stai finendo un conto?
In breve: ritmo alto, struttura a tappe che non molla mai, tensione da cronometro. Un thriller che ti fa girare pagina perché vuoi vedere il prossimo punto… e perché temi cosa ci sarà quando ci arrivi.
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Autore: Jeffery Deaver
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