I tramezzini di Rocco Schiavone
Trama:
Rocco Schiavone non è uno da tavole apparecchiate con cura. Non è uomo da pranzi lunghi, da rituali gentili, da ricordi messi in ordine. Eppure, in questa raccolta, a tenergli compagnia sono proprio loro: i tramezzini, piccoli, veloci, pratici, quasi anonimi. Cibo da bar, da pausa, da stazione, da mattina storta o da pomeriggio tirato avanti senza troppa voglia.
Attorno a quei triangoli di pane bianco Manzini costruisce una serie di storie che attraversano la vita di Rocco da angolazioni diverse. Non c’è soltanto il vicequestore di Aosta, quello con le Clarks ai piedi anche quando non dovrebbe, il sarcasmo sempre pronto e la rabbia appena sotto la pelle. C’è anche il Rocco di prima, quello romano, quello degli amici, dei legami, delle ferite che il tempo non ha chiuso. Ogni racconto sembra partire da un dettaglio minimo — un sapore, un incontro, una memoria, una battuta — e poi scivola verso qualcosa di più profondo.
Il tramezzino diventa quasi una misura del tempo. Non ha la solennità di un piatto importante, non pretende di raccontare una famiglia o una tradizione intera. È veloce, si mangia in piedi, spesso senza pensarci. Proprio per questo si adatta a Rocco: uno che vive come se dovesse sempre ripartire, come se fermarsi troppo a lungo fosse pericoloso. Dentro queste storie ci sono Roma e Aosta, il passato e il presente, l’ironia e il dolore, la polizia e la vita privata, i casi da risolvere e quelli che non si risolvono mai davvero.
Manzini usa la forma breve per aprire finestre: non un unico grande caso, ma frammenti. Alcuni hanno il passo del giallo, altri quello del ricordo, altri ancora sembrano semplici deviazioni e invece aggiungono un pezzo al personaggio. Rocco resta Rocco: scorbutico, scorretto, malinconico, capace di una battuta cattiva e subito dopo di un gesto che non vuole ammettere nemmeno a se stesso.
Il risultato è un percorso laterale dentro il suo mondo. Non serve per “spiegare” Schiavone, perché personaggi così non si spiegano mai del tutto. Serve piuttosto a seguirlo nei momenti piccoli, quelli in cui abbassa la guardia per un secondo e lascia intravedere ciò che di solito nasconde dietro il fumo, le parolacce e l’insofferenza.
Recensione:
I tramezzini di Rocco Schiavone non va letto come un romanzo tradizionale della serie. È più un album di tagli, ricordi, episodi e deviazioni. La forma breve cambia il passo: meno costruzione lunga dell’indagine, più attenzione al dettaglio, alla voce, alla battuta, al momento che si accende e poi si richiude.
La scelta dei tramezzini è bella proprio perché non è “elegante”. Rocco non avrebbe retto un simbolo troppo raffinato. Il tramezzino è perfetto per lui: pratico, urbano, un po’ malinconico, legato ai bar, alle pause, ai discorsi fatti senza guardarsi troppo negli occhi. È un cibo minore solo in apparenza; qui diventa una specie di archivio emotivo. Ogni gusto, ogni occasione, ogni morso porta con sé una scheggia di vita.
La parte più riuscita è il ritorno al Rocco più umano, quello che spesso nei romanzi lunghi resta schiacciato tra il caso e la sua rabbia. Nei racconti, invece, Manzini può fermarsi su dettagli più piccoli: un’amicizia, un ricordo romano, una ferita che riaffiora, una nostalgia che Rocco liquiderebbe con una parolaccia pur di non darle troppo spazio. Ed è lì che il personaggio prende ancora più corpo.
Lo stile resta quello riconoscibile di Manzini: frasi asciutte, dialoghi rapidi, ironia sporca, malinconia che arriva senza chiedere permesso. Non c’è bisogno di alzare sempre la posta con un morto o con un’indagine complicata. A volte basta una scena breve, una memoria storta, una battuta detta al momento sbagliato. Rocco Schiavone vive anche di questo: non solo delitto e procedura, ma assenze, abitudini, dolori masticati male.
È una raccolta pensata soprattutto per chi conosce già il personaggio. Chi cerca un grande caso unico potrebbe trovarla più frammentaria; chi invece segue Schiavone da tempo ci trova qualcosa di diverso e prezioso: non un capitolo laterale, ma una serie di piccole stanze aperte dentro una casa che si pensava già di conoscere.
Alla fine resta la sensazione che Manzini abbia usato i tramezzini per fare una cosa semplice solo in apparenza: raccontare Rocco mentre non sta recitando il ruolo del vicequestore. E quando Schiavone smette per un attimo di difendersi, anche solo per poche pagine, diventa ancora più interessante.
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Autore: Antonio Manzini
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