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PISTA NERA

Copertina del libro Pista nera
Pista nera

Trama:

Rocco Schiavone arriva ad Aosta come si arriva a una punizione. Romano fino al midollo, vicequestore scomodo, carattere impossibile e un rapporto molto personale con la legalità, viene spedito tra montagne, neve e silenzi dopo una vicenda disciplinare che a Roma ha lasciato il segno. Lui odia il freddo, odia gli scarponi, odia la neve e, in generale, odia quasi tutto ciò che gli ricorda di non essere più nella sua città.

Il primo caso non gli concede il tempo di ambientarsi. Sulle piste da sci viene trovato un cadavere, travolto e straziato da un gatto delle nevi. All’inizio sembra un incidente, una di quelle morti assurde che la montagna può produrre con naturalezza. Ma Rocco non crede molto alle versioni comode. Guarda male tutti, ascolta poco, ragiona parecchio. E sotto la superficie bianca della località sciistica comincia a vedere crepe: rivalità, interessi economici, bugie di paese, rapporti personali lasciati a marcire sotto la neve.

L’indagine lo costringe a muoversi in un ambiente che non gli appartiene: guide, sciatori, imprenditori, albergatori, gente che vive di turismo e immagine. Tutti sembrano sapere qualcosa, ma nessuno abbastanza da parlare davvero. Rocco si porta dietro i suoi metodi spigolosi, la sua ironia cattiva, il suo dolore privato e quella malinconia romana che non riesce a seppellire nemmeno sotto metri di neve.

Più il caso avanza, più diventa chiaro che il cadavere sulla pista non è solo un corpo da identificare: è il punto in cui si incontrano soldi, rancori e piccole miserie umane. E Schiavone, anche se vorrebbe fregarsene, è troppo bravo per farlo davvero.

Recensione:

Pista nera presenta Rocco Schiavone senza addolcirlo. Non è il poliziotto simpatico con due difetti messi lì per colore: è scorbutico, scorretto, spesso irritante, ma vivo. Manzini costruisce un protagonista che entra subito in conflitto con l’ambiente, e quel contrasto regge tutto il romanzo: Roma contro Aosta, fango emotivo contro neve pulita, strada contro montagna.

Il giallo è solido, ma il vero centro è Rocco. Il caso interessa, certo, ma ciò che resta è il modo in cui lui lo attraversa: con intelligenza, fastidio, dolore e una capacità quasi istintiva di vedere la parte marcia delle persone. La neve, che in tanti romanzi sarebbe solo atmosfera, qui diventa una specie di nemica personale: copre tutto, ma non pulisce niente.

La scrittura di Manzini è diretta, nervosa, piena di battute secche e momenti più amari. Il romanzo ha ritmo, ma non corre a vuoto. Si legge come un noir travestito da giallo alpino: sotto l’indagine c’è sempre una domanda più sporca, cioè quanto una persona possa continuare a fare il proprio lavoro quando dentro è già altrove.

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Foto dell'autore Antonio Manzini
Autore: Antonio Manzini

Biografia:

Antonio Manzini è uno scrittore, attore, regista e sceneggiatore italiano, ma per molti lettori il suo nome è ormai legato soprattutto a Rocco Schiavone, uno dei personaggi più riconoscibili del noir italiano contemporaneo.

Nato a Roma, Manzini porta nella scrittura un’impronta molto evidente: una lingua diretta, viva, spesso ruvida, con dialoghi che sembrano usciti dalla strada più che da una pagina costruita a tavolino. Prima ancora della narrativa, nel suo percorso ci sono il teatro, il cinema e la televisione; esperienze che si sentono nel modo in cui costruisce le scene, nei tempi delle battute, nei silenzi e nei gesti dei personaggi.

Il successo arriva soprattutto con la serie dedicata a Rocco Schiavone, vicequestore romano trasferito ad Aosta. Un personaggio difficile, scorretto, malinconico, a tratti irritante, ma proprio per questo credibile. Schiavone non è il classico investigatore “pulito”: si muove tra dolore personale, insofferenza, sarcasmo e un senso della giustizia molto più complicato della legge. Con lui Manzini costruisce romanzi che sono gialli, certo, ma anche noir dell’anima: indagini criminali che diventano spesso il modo per raccontare solitudine, colpa, perdita e sopravvivenza.

Uno degli aspetti più interessanti della sua scrittura è il contrasto tra Roma e Aosta. Da una parte il passato, gli amici, le ombre, la lingua e il disordine emotivo di Rocco; dall’altra il freddo, la neve, il silenzio, una città che sembra sempre troppo ordinata per uno come lui. Questo scontro tra ambienti non è solo geografico: è il cuore del personaggio.

Manzini scrive con un tono riconoscibile, senza troppe carezze. Sa essere ironico, amaro, violento quando serve, ma raramente gratuito. Nei suoi romanzi il delitto non è mai soltanto un rompicapo: è una crepa da cui escono miserie, ipocrisie, rapporti familiari guasti, piccoli poteri locali e ferite private. Ed è proprio qui che la serie di Schiavone trova la sua forza: nel mettere insieme il meccanismo del giallo con una malinconia sporca, quotidiana, molto umana.

Più che inventare un investigatore perfetto, Manzini ha creato un uomo che indaga mentre prova a non crollare. Ed è questo che rende Rocco Schiavone così memorabile: non risolve i casi perché è migliore degli altri, ma perché conosce bene il buio. Anche il proprio.

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