Incubo
Trama:
Simon non è “strano” per scelta: è un ragazzo che ha imparato a difendersi chiudendosi dentro, come se la realtà fosse troppo rumorosa per lui. Dopo l’incidente che gli porta via i genitori, questa difesa diventa una prigione: le giornate sono fragili, le notti sono un campo minato, e il confine tra sogno e veglia si sporca.
La soluzione, almeno sulla carta, è semplice: cambiare aria. Simon viene affidato alla zia Tilia e si ritrova in un ambiente opposto alla città, dove tutto sembra immobile e “normale”. Solo che la normalità, lì, è una facciata ben tenuta. Nel bosco e nei dintorni ci sono sparizioni che nessuno vuole ricordare troppo, voci spezzate a metà, paure tramandate come superstizioni.
Simon passa ore fuori casa, pedalando con la bici di Michael, come se le ruote potessero triturare i pensieri. In quelle uscite incontra Caro, una coetanea che non lo tratta come un problema da aggiustare e che gli offre qualcosa di raro: una presenza che non chiede spiegazioni.
Poi l’aria cambia. Un’altra scomparsa rimette in moto l’ansia collettiva, e Simon si ritrova a guardare gli adulti come si guarda un vetro incrinato: capisci che sta per rompersi, ma non sai da che parte. L’orrore qui non arriva con le sirene: arriva con l’idea che la paura, in certi posti, sia una cosa organizzata. E che qualcuno abbia interesse a chiamarla “fantasia”.
Recensione:
Incubo gioca sporco in un modo molto preciso: prende la fragilità (trauma, fobie, percezioni alterate) e la usa come lente. Non sai mai se ciò che fa tremare Simon sia un pericolo reale o una deformazione della mente. E questa ambiguità non è un trucco: è la sostanza stessa del libro.
Dorn costruisce un’atmosfera da provincia “fredda”, dove la violenza non esplode: filtra. È nei non detti, negli sguardi che scappano, nelle frasi che finiscono prima del punto. Il ritmo alterna momenti di quiete apparente a scarti improvvisi, ma senza diventare rumoroso: il terrore è più psicologico che spettacolare.
Il punto forte è proprio Simon: non un eroe, non un detective, ma un ragazzo che cerca di distinguere ciò che vede da ciò che teme. E quando una storia ti costringe a dubitare insieme al protagonista, la tensione diventa personale: non stai solo “seguendo un caso”, stai cercando una via d’uscita.
In breve: un psicothriller cupo, con boschi, silenzi e paure che sembrano antiche; una narrazione che ti tiene agganciato perché non ti concede certezze facili; un finale che (senza spoiler) rilegge il percorso con un’ombra diversa.
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Autore: Wulf Dorn
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