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Dalla mia penna

L'ultima prenotazione

Number0 Sh

Una storia di Number0

La storia

Il ristorante Da Cesare aveva chiuso alle dieci e mezza, come ogni martedì. Alle undici e cinque, il proprietario era morto.

A trovarlo fu il cameriere, Matteo Rizzi, tornato indietro perché aveva dimenticato le chiavi della macchina. Cesare Bellini era seduto al tavolo numero sette, quello vicino alla finestra. Aveva la testa reclinata sulla spalla, la camicia macchiata di sangue e un coltello da cucina piantato nel petto. Davanti a lui c'erano due bicchieri di vino, uno dei quali ancora pieno.

Il commissario Andrea Moretti arrivò poco prima di mezzanotte. Aveva cinquantatré anni, fumava troppo e detestava essere chiamato mentre stava per addormentarsi. Quella sera aveva appena finito di guardare un vecchio film con sua moglie. Non ricordava il titolo, ma era abbastanza sicuro che l'assassino fosse il maggiordomo.

«Allora?» chiese entrando.

L'ispettore Sala gli porse un paio di guanti. «Coltellata al torace. Il medico legale colloca la morte tra le dieci e quarantacinque e le undici. Nessun segno di effrazione.»

«Telecamere?»

«Fuori uso da tre settimane.»

«Comodo.»

«Già.»

Moretti si guardò intorno. Il locale era piccolo, una trentina di coperti, tovaglie bianche e fotografie ingiallite alle pareti. Sulla lavagna vicino all'ingresso c'era ancora scritto Brasato al Barolo, 18 euro. In cucina qualcuno aveva lasciato una pentola nel lavello.

«Chi è rimasto qui dopo la chiusura?»

«Tre persone, oltre alla vittima. Il cameriere, la cuoca e il fratello.»

«Il fratello?»

«Sergio Bellini. È socio al quaranta per cento. Pare che i due non andassero molto d'accordo.»

Moretti sospirò. Non andavano mai d'accordo, i parenti delle vittime. Almeno non dopo che qualcuno aveva tirato fuori un coltello.

Matteo, il cameriere, aveva ventisei anni e continuava a tormentarsi le unghie.

«Ho finito alle dieci e quaranta», raccontò. «Cesare era ancora vivo. Stava bevendo con suo fratello. Io ho salutato e sono uscito.»

«E poi è tornato.»

«Sì. Per le chiavi. Le avevo lasciate nello spogliatoio. Saranno state le undici e dieci, più o meno.»

«Prima ha detto undici e cinque.»

«Non lo so, commissario. Non ho guardato l'orologio quando ho trovato un morto.»

Moretti annuì. Era una risposta ragionevole.

«Ha visto qualcuno uscire?»

«No. Però la porta sul retro era aperta.»

«Era abitualmente aperta?»

«No. Cesare ci teneva a chiuderla. Diceva che da quella parte poteva entrare chiunque.»

La cuoca, Teresa, era una donna robusta sulla sessantina. Lavorava nel ristorante da diciotto anni e non sembrava particolarmente sconvolta.

«Cesare aveva un brutto carattere», ammise. «Ma non meritava una fine del genere.»

«A che ora è andata via?»

«Dieci e venti. Ho preso la macchina e sono tornata a casa.»

«Può confermarlo qualcuno?»

«Mio marito. Stavamo guardando la televisione alle undici.»

«Abita lontano?»

«Cinque minuti di macchina.»

Moretti annotò qualcosa. Cinque minuti significavano che avrebbe potuto tornare, commettere l'omicidio e rientrare senza grandi difficoltà.

Sergio Bellini era l'ultimo.

Cinquantotto anni, capelli grigi, un orologio costoso e una giacca che sembrava comprata per qualcuno più magro. Si presentò con un avvocato, benché nessuno gli avesse ancora contestato nulla.

«Mio fratello era impossibile», dichiarò. «Litigavamo continuamente. Ma era mio fratello.»

«Di cosa avete discusso stasera?»

«Di soldi. Il ristorante perde da mesi. Io volevo vendere, lui no.»

«E dopo?»

«Abbiamo bevuto un bicchiere di vino. Alle dieci e cinquanta sono uscito.»

«Suo fratello era vivo?»

«Certamente.»

«E il secondo bicchiere?»

«Era il mio.»

Moretti indicò la bottiglia di Barbera rimasta sul tavolo.

«Ha bevuto molto?»

«Un bicchiere. Forse due.»

«Poi ha lasciato suo fratello da solo.»

«Esattamente.»

«Dalla porta principale?»

«Sì.»

«E l'ha chiusa?»

Sergio esitò.

«Credo di sì. Era una porta a scatto.»

Moretti lo ringraziò e lo lasciò andare.

Alle due di notte il commissario era ancora nel ristorante.

Avevano perquisito la cucina, controllato i telefoni e sentito i vicini. Nessuno aveva visto niente. Il coltello apparteneva al locale, le impronte erano numerose e non c'erano segni di colluttazione.

«Secondo me è stato il fratello», disse Sala. «Motivo economico, ultimo a vederlo vivo, nessun alibi.»

«Possibile.»

«Ma?»

«Ma non mi piace.»

Moretti era tornato al tavolo numero sette. Osservò i due bicchieri, la bottiglia e il piccolo cestino del pane.

«Hai notato una cosa?»

«Cosa?»

«Il tavolo.»

Sala lo guardò.

«È apparecchiato per due.»

«Erano in due.»

«Sì. Ma guarda bene.»

Sul tavolo c'erano due bicchieri da vino, due tovaglioli e un piattino con alcune olive. Davanti a Cesare, però, c'era anche una tazzina da caffè.

«E quindi?»

«Il fratello dice di essere andato via alle dieci e cinquanta. Il cameriere dice di averlo lasciato qui alle dieci e quaranta. Dieci minuti a bere vino non sono molti, ma possono bastare.»

«Continua.»

«Il caffè è ancora nella tazzina. Freddo. E il cucchiaino è pulito.»

Sala si chinò.

«Forse non l'ha mescolato.»

«Forse.»

Moretti si spostò verso il bancone. Dietro la macchina del caffè c'era una piccola mensola con le bustine di zucchero.

Ne prese una.

Poi tornò al tavolo e aprì delicatamente il cestino del pane.

Dentro trovò due bustine vuote.

«Cesare prendeva il caffè zuccherato», osservò.

«E allora?»

«Allora voglio parlare di nuovo con il cameriere.»

Matteo era seduto in cucina, con una bottiglietta d'acqua tra le mani.

«Chi ha preparato il caffè al signor Bellini?»

Il ragazzo lo guardò sorpreso.

«Io.»

«Quando?»

«Prima di andare via. Me l'aveva chiesto lui.»

«E lo zucchero?»

«Cosa?»

«Glielo ha messo lei?»

«No. Cesare lo prendeva amaro. Diceva sempre che lo zucchero rovinava il sapore.»

Moretti rimase qualche secondo in silenzio.

«Ne è sicuro?»

«Certo. Gli facevo il caffè tutti i giorni.»

Il commissario gli mostrò le bustine vuote.

«E queste?»

Matteo si strinse nelle spalle.

«Non lo so. Magari le ha usate Sergio.»

«Nel vino?»

Il ragazzo non rispose.

Moretti tornò in sala. Sala lo aspettava vicino alla finestra.

«Che succede?»

«Qualcuno ha preparato quel tavolo per farci credere che Cesare abbia bevuto con suo fratello fino alla fine.»

«Il cameriere?»

«Non necessariamente.»

«Ma le bustine...»

«Lascia perdere le bustine. Guarda il caffè.»

Sala osservò la tazzina.

«È ancora piena.»

«Esatto. Matteo sostiene di averla preparata prima di uscire. Alle dieci e quaranta.»

«Quindi?»

«Quindi quando Cesare è morto, il caffè doveva essere già sul tavolo.»

«E lo era.»

«No.»

Moretti indicò una piccola macchia marrone sulla tovaglia, a pochi centimetri dalla mano destra della vittima.

«Il medico legale ha rilevato che Cesare è morto quasi immediatamente. Una coltellata improvvisa, mentre era seduto. Il corpo non è stato spostato.»

«D'accordo.»

«Ma la macchia di caffè è sotto il braccio della vittima. E il polsino della camicia è pulito.»

Sala si chinò nuovamente.

«Vuoi dire che...»

«Qualcuno ha versato il caffè prima di sistemare il braccio in quella posizione.»

«Ma hai appena detto che il corpo non è stato spostato.»

«Il corpo no. Il braccio sì.»

Moretti si raddrizzò.

«Qualcuno ha manipolato la scena dopo l'omicidio. Ha sistemato il tavolo, i bicchieri, il caffè. Voleva farci credere che Cesare fosse stato ucciso durante una conversazione tranquilla.»

«Il fratello.»

«Forse. Ma c'è qualcosa che non torna.»

Alle tre e venti Moretti chiese di vedere il registro delle prenotazioni.

Era un quaderno a quadretti, tenuto vicino al telefono. Ogni giorno occupava una pagina, con i nomi dei clienti, il numero dei coperti e l'orario.

Martedì, 14 novembre.

Dodici prenotazioni.

L'ultima era stata cancellata con una riga diagonale.

Bellini — 22:30 — 2 persone.

Moretti la osservò a lungo.

«Chi prendeva le prenotazioni?»

«Di solito Cesare», rispose Matteo. «Qualche volta io.»

«Questa chi l'ha scritta?»

Il ragazzo si avvicinò.

«Non saprei. La calligrafia sembra quella di Cesare.»

«E chi l'ha cancellata?»

«Non lo so.»

Moretti voltò pagina. Poi un'altra.

Tutte le prenotazioni erano scritte con una penna blu. Anche quella di Bellini.

Ma la cancellatura era nera.

Guardò il portapenne accanto al telefono. Conteneva tre penne blu e una nera.

Prese quella nera, svitò il cappuccio e guardò la punta.

«Sala, controlla i filmati delle telecamere dei negozi sulla strada. Voglio sapere se qualcuno è entrato nel ristorante dopo le dieci e mezza.»

«Abbiamo già controllato. Non si vede niente.»

«Allora controlla chi è uscito.»

Alle cinque del mattino il commissario convocò nuovamente Sergio Bellini.

L'uomo arrivò irritato, senza avvocato.

«Mi avete già fatto le stesse domande tre volte.»

«Questa sarà l'ultima.»

«Lo spero.»

Moretti gli mostrò il registro.

«È lei che ha prenotato il tavolo per due alle dieci e mezza?»

«Non ho prenotato niente. Era il ristorante di mio fratello. Non avevo bisogno di prenotare.»

«Appunto.»

Sergio guardò il quaderno.

«Non capisco.»

«Qualcuno ha scritto il suo cognome per far sembrare che l'incontro fosse previsto. Poi ha cancellato la prenotazione.»

«E cosa c'entro io?»

«Probabilmente niente.»

Sergio rimase interdetto.

Moretti continuò.

«Lei ha detto di essere uscito alle dieci e cinquanta dalla porta principale. Ma la telecamera della farmacia la riprende mentre sale in macchina alle dieci e trentotto.»

«Mi sarò confuso con l'orario.»

«Possibile. Non credo che abbia ucciso suo fratello.»

«Finalmente.»

«Credo invece che qualcuno volesse farlo sembrare.»

Il commissario si voltò verso la porta.

Matteo era appena entrato, accompagnato da Sala.

Aveva il viso pallido.

«Quella prenotazione l'hai scritta tu», disse Moretti.

Il ragazzo scosse la testa.

«No.»

«E l'hai cancellata dopo aver ucciso Cesare. Hai preparato il tavolo per due, lasciato il vino, sistemato il caffè e poi sei uscito dalla porta sul retro. Quando sei tornato, hai finto di trovare il corpo.»

«Non è vero.»

«Ieri hai detto di essere tornato per recuperare le chiavi della macchina. Ma sei arrivato qui in bicicletta.»

Matteo non rispose.

«La bicicletta è ancora nel cortile, legata alla ringhiera. La tua macchina, invece, è dal meccanico da venerdì. Lo abbiamo verificato.»

Sergio si voltò lentamente verso il ragazzo.

«Matteo?»

Moretti gli si avvicinò.

«Cesare aveva scoperto che rubavi dalla cassa. Piccole somme, ogni sera. Ti aveva dato tempo fino a martedì per restituire tutto, altrimenti ti avrebbe denunciato.»

Matteo abbassò gli occhi.

«Non volevo ucciderlo.»

«Che cosa è successo?»

Il ragazzo si sedette.

«Mi aveva licenziato. Dopo sei anni. Mi ha detto che ero un ladro e che non voleva più vedermi.»

«E tu hai preso un coltello.»

Matteo annuì lentamente.

«Poi ho pensato a Sergio. Sapevo che avevano litigato. Sapevo che voleva vendere il locale.»

Moretti si appoggiò al tavolo.

«Così hai costruito una scena che portasse a lui.»

Il ragazzo cominciò a piangere.

Sergio rimase immobile. Non disse una parola.

Quando uscirono dal ristorante era quasi giorno.

Sala si accese una sigaretta e ne offrì una al commissario.

«Posso chiederti una cosa?»

«Dimmi.»

«Come hai capito che la prenotazione era falsa?»

Moretti sorrise appena.

«Non l'ho capito dal quaderno.»

«E da cosa?»

«Dall'orario.»

Sala attese.

«Il ristorante chiude alle dieci e mezza. Da diciotto anni. Il martedì, addirittura, la cucina chiude alle dieci.»

«E quindi?»

«Cesare Bellini era un uomo metodico. Lo hanno detto tutti. Non avrebbe mai accettato una prenotazione alle dieci e mezza, nemmeno per suo fratello.»

«Poteva essere un'eccezione.»

«Certo. Ma c'era anche un'altra cosa.»

«Quale?»

Moretti indicò la lavagna vicino all'ingresso.

Sotto il menù, scritto con il gesso, c'era un piccolo avviso.

Da lunedì 13 novembre, chiusura anticipata alle ore 22:00.

Sala rimase in silenzio.

Poi scoppiò a ridere.

«E io che cercavo impronte digitali.»

«Quelle servono sempre.»

Il commissario gettò la sigaretta ancora spenta nel cestino accanto alla porta.

«Ma ogni tanto conviene anche leggere i cartelli.»

Fece qualche passo verso la macchina, poi si fermò.

«Ah, Sala.»

«Sì?»

«C'è una cosa che non mi convince.»

«Ancora?»

«Il ragazzo ha confessato di aver preparato il tavolo per incastrare Sergio. Ma quando gli ho chiesto delle bustine di zucchero ha detto di non saperne nulla.»

«Magari mentiva.»

«Magari.»

Moretti guardò il ristorante, ormai chiuso.

«Però Sergio non prende zucchero. È diabetico. E Cesare beveva il caffè amaro.»

Sala spense la sigaretta.

«E allora chi le ha usate?»

Moretti rimase in silenzio per un istante.

«È quello che vorrei sapere.»

Due giorni dopo, il commissario ricevette i risultati delle analisi.

Le bustine contenevano tracce di un potente sedativo.

Ne erano state trovate piccole quantità anche nel secondo bicchiere di vino.

Quello che Sergio aveva dichiarato di aver bevuto.

Moretti lesse il rapporto due volte, poi telefonò a Sala.

«Dobbiamo tornare al ristorante.»

«Perché? Matteo ha confessato.»

«Ha confessato l'omicidio.»

«E allora?»

«Allora qualcuno, quella sera, aveva già deciso di mettere fuori gioco Sergio.»

Ci fu una pausa.

«Pensi che Matteo avesse un complice?»

Moretti guardò il nome della persona che aveva acquistato il sedativo, riportato nell'ultima pagina del rapporto investigativo.

Teresa Bianchi.

La cuoca.

Diciotto anni nello stesso ristorante.

Cinque minuti di macchina da casa.

E nessuno che avesse pensato di controllare a che ora fosse davvero rientrata.

«No», rispose il commissario. «Credo che Matteo abbia ucciso l'uomo che qualcun altro voleva eliminare.»

Riattaccò.

Sulla scrivania aveva ancora la fotografia del tavolo numero sette.

Due bicchieri di vino. Una tazzina di caffè. Due bustine vuote.

E un coltello.

Matteo aveva confessato, ma quella sera non era stato l'unico a entrare nel ristorante con cattive intenzioni.

Dietro le pagine

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Mi chiamo  Enrico Mele  e ho ricoperto molti ruoli nella mia vita: figlio, fratello, padre e zio, oltre a compagno di Letizia. Sono un informatico, un cuoco e un artigiano; una persona in continua evoluzione, che si sente a volte …

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