Una storia di Number0
La storia
La prima volta Vittorio pensò a un errore.
Il sacchetto era appoggiato davanti alla porta del 3B, con lo scontrino ancora attaccato a una delle maniglie. Dentro c'erano una confezione di latte, sei uova, del pane e due scatolette di tonno.
Lo prese, controllò il numero dell'appartamento e scese in portineria.
Qualcuno aveva sbagliato consegna. Succedeva spesso, soprattutto da quando i ragazzi del supermercato avevano cominciato a lasciare la spesa sui pianerottoli senza neppure suonare.
Il problema era che al 3B non abitava nessuno.
Non abitava nessuno da diciassette anni.
Vittorio lo sapeva bene. Era il portinaio del palazzo da quasi trenta e conosceva ogni appartamento, ogni inquilino e buona parte dei loro segreti. Sapeva chi beveva troppo, chi tradiva la moglie e chi fingeva di partire per il fine settimana salvo poi rimanere chiuso in casa con le tapparelle abbassate.
Il 3B, invece, era vuoto. E basta.
O almeno così aveva sempre creduto.
Il secondo sacchetto arrivò quattro giorni dopo.
Questa volta conteneva pomodori, mozzarella, una bottiglia d'acqua minerale e del basilico fresco.
Vittorio lo trovò alle sette del mattino, durante il consueto giro dei pianerottoli.
Si fermò a osservarlo.
Il pavimento davanti alla porta era pulito. Nessun segno di polvere smossa, nessuna impronta. Solo quel sacchetto bianco, sistemato con cura accanto allo stipite.
Suonò il campanello.
Aspettò.
Suonò ancora.
Niente.
«Ma guarda te che roba», borbottò.
Scese con la spesa e telefonò al supermercato.
Gli rispose una ragazza che sembrava avere poca voglia di parlare.
«Guardi, noi consegniamo all'indirizzo indicato. Se il cliente scrive terzo piano, interno B, il ragazzo porta tutto lì.»
«Ma chi è che ordina?»
«Questo non posso dirglielo.»
«Signorina, io sono il portinaio. Quell'appartamento è disabitato.»
«Mi dispiace, non posso aiutarla.»
Gli chiuse praticamente il telefono in faccia.
Vittorio rimase qualche secondo con la cornetta in mano.
Poi prese un foglio e annotò la data.
Non sapeva bene perché lo facesse.
Il palazzo di via San Martino 18 era stato costruito negli anni Sessanta, quando le scale si facevano ancora in marmo e gli ascensori avevano le porte a soffietto.
Sei piani, dodici appartamenti, un cortile interno dove non cresceva nulla e un odore persistente di umidità che neppure le tinteggiature riuscivano a cancellare.
Vittorio abitava al piano terra, in due stanze ricavate dietro la portineria. Sua moglie era morta da otto anni e suo figlio si era trasferito a Bologna. Si sentivano a Natale e qualche volta per il compleanno.
Non gli mancava la compagnia. O almeno era quello che raccontava a tutti.
La mattina apriva il portone alle sei e mezza. Alle sette arrivava il giornale. Alle otto ritirava la posta e cominciava a distribuire raccomandate, pacchi e bollette.
Conosceva quella routine così bene che avrebbe potuto svolgerla a occhi chiusi.
Il terzo sacchetto arrivò di venerdì.
Dentro c'erano due bistecche, patate, una bottiglia di vino rosso e una confezione di candele.
Quella volta Vittorio non lo toccò.
Rimase davanti alla porta, osservando la serratura.
Era una vecchia serratura a doppia mappa, sostituita dopo l'incendio. La porta portava ancora, vicino alla maniglia, una piccola bruciatura scura che nessuno si era mai preoccupato di sistemare.
L'incendio.
Vittorio distolse lo sguardo.
Da anni cercava di non pensarci.
Scese in portineria, prese il mazzo delle chiavi di servizio e tornò al terzo piano.
Tra quelle chiavi c'era anche quella del 3B.
L'aveva conservata in una scatola di latta, insieme alle vecchie chiavi degli appartamenti ristrutturati e a una medaglietta di San Cristoforo trovata in cortile.
La infilò nella serratura.
Girò senza difficoltà.
Vittorio esitò.
Poi aprì.
La prima cosa che sentì fu l'odore.
Caffè.
Non l'odore stantio di un appartamento chiuso, ma quello pieno e caldo del caffè appena fatto.
Il corridoio era illuminato da una lampada a parete.
Vittorio ricordava perfettamente di aver staccato la corrente anni prima.
Fece qualche passo.
«C'è qualcuno?»
Nessuna risposta.
Il soggiorno era in fondo al corridoio, sulla destra.
Entrò.
Il tavolo era apparecchiato per due.
Una tovaglia a quadretti rossi, due piatti bianchi, posate d'acciaio, due bicchieri. Al centro, una piccola candela accesa.
Accanto alla finestra c'era una caffettiera ancora calda.
Vittorio la sfiorò con un dito e si ritrasse.
Sul tavolo, vicino a uno dei piatti, era appoggiato un ritaglio di giornale.
Lo prese.
Era un necrologio.
La fotografia mostrava un uomo anziano, con i capelli bianchi pettinati all'indietro e un'espressione severa.
Sotto c'era scritto:
VITTORIO FERRERO
La famiglia ne annuncia la scomparsa, avvenuta all'età di 74 anni.
Vittorio sentì un dolore improvviso allo stomaco.
La fotografia era la sua.
Quella scattata cinque anni prima, durante una festa condominiale.
Guardò la data stampata in alto.
Era il giorno seguente.
31 ottobre.
Gli tremavano le mani.
Lasciò cadere il ritaglio e indietreggiò fino alla porta.
Solo allora si accorse del rumore.
Un lieve raschiare, proveniente dalla stanza accanto.
Qualcuno stava spostando una sedia.
«Chi c'è?»
Silenzio.
«Ho chiamato la polizia!» gridò, anche se non era vero.
La porta della camera da letto era socchiusa.
Vittorio la fissò per qualche secondo.
Poi si voltò e uscì dall'appartamento quasi correndo.
In portineria chiuse la porta a chiave.
Si sedette dietro la scrivania, prese il telefono e compose il 112.
Quando l'operatore rispose, rimase muto.
«Pronto? Mi sente?»
Vittorio guardava il vecchio calendario appeso al muro.
«Sì.»
«Mi dica.»
«Niente. Ho sbagliato numero.»
Riattaccò.
Restò seduto a lungo.
Poi aprì il cassetto più basso della scrivania.
Dentro c'era una cartellina gialla.
Non la prendeva in mano da anni.
Conteneva alcuni articoli di giornale, un verbale dei vigili del fuoco e una fotografia ingiallita.
La tirò fuori.
Nella foto c'erano tre persone: un uomo sulla quarantina, una donna dai capelli scuri e una bambina con un vestito azzurro.
L'uomo era Roberto Bassi.
La donna, sua moglie Elena.
La bambina si chiamava Giulia.
Erano gli ultimi inquilini del 3B.
L'incendio era scoppiato una sera di novembre, diciassette anni prima.
Roberto era fuori città per lavoro. Elena e Giulia erano in casa.
I vigili del fuoco avevano trovato Elena nel corridoio, vicino alla porta d'ingresso. Giulia era stata recuperata in camera da letto.
La bambina era sopravvissuta.
Sua madre no.
La causa ufficiale era stata un cortocircuito.
Un vecchio impianto elettrico, una presa difettosa, un mobile troppo vicino.
Una disgrazia.
Vittorio si passò una mano sul viso.
Poi guardò nuovamente la fotografia.
Giulia aveva sette anni.
Ricordava che portava sempre uno zainetto rosa e che, quando tornava da scuola, gli chiedeva una caramella.
Ne teneva alcune nel cassetto apposta per lei.
Dopo l'incendio non l'aveva più vista.
Il padre aveva venduto tutto quello che poteva, lasciato la città e affidato l'appartamento a un'agenzia immobiliare. Ma nessuno aveva mai voluto comprarlo.
E Vittorio, negli anni, aveva imparato a non salire più al terzo piano se non era strettamente necessario.
Alle nove di sera suonò il campanello della portineria.
Vittorio sobbalzò.
Dall'altra parte della porta c'era una ragazza.
Avrà avuto venticinque anni. Indossava un cappotto scuro e teneva le mani nelle tasche.
«Buonasera. Cerco il signor Ferrero.»
Vittorio rimase immobile.
«Sono io.»
«Posso entrare?»
«Chi è lei?»
La ragazza sorrise appena.
«Non mi riconosce?»
Lui la guardò meglio.
Gli occhi.
Erano gli stessi.
«Giulia?»
Lei annuì.
Per qualche istante nessuno parlò.
Poi Vittorio si fece da parte.
«Entra.»
La ragazza si sedette senza togliersi il cappotto.
Vittorio le offrì un caffè. Rifiutò.
«Non pensavo di rivederti», disse lui.
«Neanche io.»
«Tuo padre come sta?»
«È morto tre anni fa.»
«Mi dispiace.»
Giulia si guardò intorno.
La portineria era rimasta quasi identica. La scrivania, l'armadietto di ferro, il calendario della farmacia. Persino la piccola televisione sistemata sopra il frigorifero.
«Non è cambiato molto.»
«Le cose vecchie funzionano ancora.»
«Non tutte.»
Vittorio abbassò gli occhi.
Giulia si sporse leggermente in avanti.
«È salito al terzo piano, oggi?»
Il portinaio sentì il sangue gelarsi.
«Perché me lo chiedi?»
«Ha visto il tavolo?»
Vittorio si alzò di scatto.
«Sei stata tu?»
«Sì.»
«E il giornale? Quella fotografia?»
«Anche quello.»
«Ma che razza di scherzo è?»
Giulia non si mosse.
«Non è uno scherzo.»
«Vuoi farmi venire un infarto?»
«No, signor Ferrero. Voglio farla parlare.»
Vittorio aprì la bocca, poi la richiuse.
«Di cosa?»
«Di mia madre.»
Fuori aveva cominciato a piovere.
Le gocce battevano contro il vetro della portineria e ogni tanto un'automobile passava lungo la strada, sollevando acqua dai tombini.
Giulia estrasse dalla borsa una piccola busta.
La posò sulla scrivania.
«L'ho trovata tra le cose di mio padre, dopo il funerale.»
Vittorio non la toccò.
«Cos'è?»
«Una lettera.»
«Di chi?»
«Sua.»
Il portinaio sentì la bocca asciugarsi.
Giulia aprì la busta e ne estrasse un foglio.
La carta era ingiallita, piegata in quattro.
«Vuole che la legga?»
«Non so di cosa stai parlando.»
Lei cominciò comunque.
«Roberto, quello che è successo non doveva succedere. Ti giuro che non pensavo sarebbe finita così. Ho fatto quello che mi hai chiesto, ma adesso non riesco più a dormire. Non posso continuare a vivere con questa cosa.»
Vittorio si lasciò cadere sulla sedia.
Conosceva quelle parole.
Le aveva scritte lui.
Una settimana dopo l'incendio.
«Tuo padre mi aveva promesso che l'avrebbe distrutta.»
«Evidentemente ha cambiato idea.»
«Non capisci.»
«Allora mi spieghi.»
Vittorio fissò il pavimento.
Per diciassette anni aveva immaginato quel momento.
Non quella stanza, non quella ragazza, non quel giorno.
Ma prima o poi qualcuno sarebbe arrivato a chiedere spiegazioni.
Lo aveva sempre saputo.
«Tuo padre e tua madre si stavano separando», disse infine.
Giulia rimase in silenzio.
«Litigavano continuamente. Lui aveva un'altra donna. Lei voleva andarsene e portarti via. Era una brutta situazione.»
«Questo lo so.»
«Quello che non sai è che tuo padre aveva paura di perdere tutto. La casa, i soldi. Soprattutto te.»
Vittorio si fermò.
Dalla strada arrivò il suono di un clacson.
«Mi chiese di aiutarlo.»
«A fare cosa?»
«A spaventarla.»
Giulia lo guardava senza battere ciglio.
«Voleva che entrassi nell'appartamento mentre lei era fuori, che sistemassi alcune cose. Doveva sembrare un tentativo di furto. Pensava che tua madre si sarebbe spaventata e avrebbe rinunciato ad andare a vivere da sola.»
«E lei lo fece.»
Vittorio annuì.
«Avevo bisogno di soldi. Mia moglie era malata, c'erano le cure, le spese...»
«Non mi interessa perché.»
Lui abbassò la testa.
«Entrai nel pomeriggio. Spostai qualche mobile, rovesciai dei cassetti. Poi me ne andai.»
Giulia aspettò.
«E?»
Vittorio si asciugò la fronte con un fazzoletto.
«Tuo padre mi aveva dato una piccola tanica di benzina. Dovevo versarne un po' sul tappeto, vicino alla finestra. Accendere un fiammifero e spegnerlo subito. Lasciare una bruciatura, niente di più. Doveva sembrare che qualcuno avesse tentato di appiccare un incendio.»
«Ma non andò così.»
«No.»
Vittorio chiuse gli occhi.
«Il fuoco prese subito. Le tende, il divano... Non riuscivo a fermarlo. Presi la tanica e scappai.»
Giulia rimase immobile.
«Mia madre era in casa.»
«Non doveva esserci.»
«Era in casa, signor Ferrero.»
«Lo so.»
«Mi aveva detto che sarebbe tornata prima.»
«Lo so.»
La ragazza si alzò.
«E lei non avvertì nessuno.»
Vittorio non rispose.
«Non chiamò i vigili del fuoco. Non bussò alla porta. Non provò nemmeno a capire se ci fosse qualcuno.»
«Avevo paura.»
Giulia rise.
Non era una risata allegra.
«Paura.»
Si avvicinò alla finestra.
«Sa qual è la cosa che ricordo meglio di quella sera?»
Vittorio scosse la testa.
«Il rumore delle chiavi.»
Lui alzò lentamente lo sguardo.
«Ero in camera mia, sotto il letto. La mamma mi aveva detto di nascondermi perché aveva sentito dei rumori. Pensava fosse entrato un ladro.»
Giulia si voltò verso di lui.
«Ho sentito qualcuno correre nel corridoio. Poi la porta d'ingresso che si chiudeva. E subito dopo il rumore della chiave nella serratura.»
Vittorio smise di respirare.
«Lei ci ha chiuse dentro.»
«No.»
«Sì.»
«Non è vero.»
«Non potevamo uscire dalla porta perché era chiusa a chiave. La mamma ha cercato di aprirla, ma non ci riusciva.»
Il portinaio cominciò a scuotere la testa.
«Non ricordo.»
«Io sì.»
Rimasero in silenzio per un tempo che Vittorio non avrebbe saputo misurare.
Poi Giulia tornò alla scrivania e riprese la lettera.
«Mio padre sapeva tutto.»
«Sì.»
«E non disse niente.»
«No.»
«Perché?»
Vittorio alzò gli occhi.
«Perché era stato lui a organizzare tutto.»
Giulia annuì lentamente.
«Eppure non era stato lui ad accendere il fuoco.»
«No.»
«Non era stato lui a chiudere la porta.»
Vittorio fissò le proprie mani.
«No.»
«E alla fine non è stato lui a uccidere mia madre.»
Il portinaio rimase in silenzio.
Giulia rimise la lettera nella busta.
«Sa perché ho apparecchiato per due?»
Lui scosse la testa.
«Perché mia madre quella sera aveva preparato la cena. Aspettava che mio padre tornasse per parlare. Era convinta che potessero ancora sistemare le cose.»
Vittorio si passò le mani sul volto.
«Mi dispiace.»
«Lo so.»
«Non passa un giorno senza che ci pensi.»
«Eppure ha continuato a vivere qui. Nello stesso palazzo. Davanti alla stessa porta.»
«Dovevo andare? Dove?»
Giulia lo osservò.
«È curioso. Me lo sono chiesta tante volte, quando ero piccola. Come si fa a vivere sapendo una cosa del genere? Come si fa a svegliarsi, fare colazione, leggere il giornale, parlare del tempo con i vicini?»
Vittorio non aveva risposte.
«Poi ho capito», continuò lei. «Non si vive davvero. Si fa finta.»
Prese la borsa.
«Ha visto il necrologio?»
Vittorio annuì.
«L'ho preparato io. La fotografia l'ho trovata su Internet, sul sito del condominio. Non era difficile.»
«Perché?»
«Volevo che per una volta fosse lei ad avere paura.»
La ragazza si avviò verso la porta.
Vittorio si alzò.
«Giulia.»
Lei si fermò.
«Cosa farai?»
«Ho consegnato tutto alla polizia. La lettera, i documenti di mio padre, alcune registrazioni.»
«Quali registrazioni?»
Giulia indicò il piccolo registratore appoggiato accanto alla borsa.
Vittorio non lo aveva neppure notato.
«Quella di stasera, per esempio.»
Il portinaio si appoggiò alla scrivania.
Gli tremavano le gambe.
«Non volevo ucciderla.»
«Lo so.»
«Devi credermi.»
Giulia aprì la porta.
«È proprio questo il problema, signor Ferrero. Io le credo.»
E se ne andò.
Vittorio rimase solo.
La pioggia era aumentata. Dal cortile arrivava il gocciolio dell'acqua che cadeva da una grondaia rotta.
Guardò l'orologio.
Le dieci e quarantasette.
Poi guardò il calendario.
30 ottobre.
Sul tavolo c'era ancora una copia del necrologio.
Giulia doveva averla lasciata mentre lui era distratto.
Lo prese.
VITTORIO FERRERO
La famiglia ne annuncia la scomparsa, avvenuta all'età di 74 anni.
La data era quella del giorno dopo.
Vittorio sorrise amaramente.
Una minaccia.
Un modo per fargli provare paura.
Nient'altro.
Era stato uno scherzo crudele, ma ormai era finita.
La ragazza aveva ottenuto quello che voleva.
Si alzò, spense la luce della portineria e si preparò per andare a letto.
Fu allora che sentì il rumore.
Un tonfo sordo, proveniente dal vano scale.
Poi un altro.
Passi.
Qualcuno stava scendendo lentamente.
Vittorio rimase immobile.
I passi si fermarono davanti alla porta della portineria.
Tre colpi.
Lenti.
Regolari.
«Chi è?»
Nessuna risposta.
Si avvicinò allo spioncino.
Il corridoio era vuoto.
Aprì appena la porta.
Sul pavimento c'era un sacchetto bianco.
Identico a quelli trovati davanti al 3B.
Dentro c'erano una confezione di latte, sei uova, del pane e due scatolette di tonno.
La stessa spesa del primo giorno.
Vittorio sentì un brivido lungo la schiena.
Guardò verso le scale.
Nessuno.
Poi vide lo scontrino.
Era attaccato alla maniglia del sacchetto.
Lo staccò.
Non c'era il nome di un supermercato.
Solo una scritta, stampata su carta termica.
Questa volta la porta l'abbiamo lasciata aperta.
Vittorio indietreggiò.
Da qualche parte, al piano di sopra, una porta si chiuse.
Poi il silenzio.
La mattina seguente, quando arrivarono i carabinieri, Vittorio era seduto dietro la scrivania.
Indossava ancora i vestiti della sera prima.
Aveva gli occhi aperti.
Davanti a lui c'erano il sacchetto della spesa, il ritaglio del necrologio e la vecchia cartellina gialla.
Era morto durante la notte.
Il medico parlò di arresto cardiaco.
Nessun segno di violenza, nessuna ferita.
Un uomo anziano, un cuore malandato.
Poteva succedere.
Il maresciallo incaricato del sopralluogo raccolse il ritaglio di giornale.
Lo osservò per qualche secondo.
«Strana coincidenza», disse al collega.
«Cosa?»
«La data.»
Gli mostrò il necrologio.
31 ottobre.
Proprio quel giorno.
Il collega si strinse nelle spalle.
«Magari qualcuno gli ha fatto uno scherzo di cattivo gusto.»
Il maresciallo annuì.
Poi guardò la porta della portineria.
La serratura era intatta.
«Chi ha trovato il corpo?»
«Una ragazza. Dice di essere una vecchia conoscenza.»
«Dov'è?»
«Fuori. Sta aspettando.»
Il maresciallo uscì nel cortile.
Giulia era seduta su una panchina, con il cappotto scuro e la borsa sulle ginocchia.
Aveva gli occhi arrossati.
«È stata lei a chiamarci?»
«Sì.»
«Conosceva il signor Ferrero?»
«Da quando ero bambina.»
«E cosa ci faceva qui stamattina?»
Giulia esitò.
«Dovevamo parlare.»
Il maresciallo la osservò.
«Di cosa?»
«Di una cosa successa tanti anni fa.»
L'uomo tirò fuori il taccuino.
«Che cosa?»
Giulia abbassò lo sguardo.
«Un incendio.»
Quando i carabinieri lasciarono il palazzo, nel primo pomeriggio, Giulia tornò al terzo piano.
Entrò nell'appartamento usando la chiave che aveva recuperato tra le cose di suo padre.
Il tavolo era ancora apparecchiato per due.
La candela si era consumata completamente.
In cucina c'erano i piatti sporchi e la caffettiera.
Giulia cominciò a sistemare.
Raccolse i bicchieri, piegò la tovaglia, buttò il pane ormai secco.
Poi si fermò davanti alla porta della camera da letto.
Era socchiusa.
La aprì.
Sul pavimento, accanto al vecchio armadio, c'era una sedia di legno.
La stessa che aveva spostato il giorno prima, mentre Vittorio era nell'appartamento.
Giulia la prese e la rimise al suo posto.
Poi si sedette sul letto.
Per la prima volta dopo diciassette anni, quella stanza non le faceva paura.
Estrasse il telefono e chiamò un numero.
Risposero quasi subito.
«Allora?»
«È morto.»
Dall'altra parte ci fu un lungo silenzio.
«Sei sicura?»
«L'hanno trovato stamattina.»
«E la polizia?»
«Sa dell'incendio. Ho raccontato tutto.»
«Anche di me?»
Giulia guardò la finestra.
«No.»
«Hai fatto bene.»
«Non lo so.»
La voce dall'altra parte sospirò.
«Non devi sentirti in colpa.»
Giulia non rispose.
«Sei ancora nell'appartamento?»
«Sì.»
«Allora guarda sotto il letto.»
La ragazza si irrigidì.
«Perché?»
«C'è una cosa che devi vedere.»
Giulia abbassò il telefono.
Si inginocchiò.
Sotto il letto c'era una scatola da scarpe.
Non l'aveva mai vista.
La tirò fuori.
Dentro c'erano fotografie, alcuni documenti e una busta con il suo nome.
Aprì la busta.
Conteneva una lettera scritta a mano.
Riconobbe immediatamente la calligrafia.
Era quella di suo padre.
Cominciò a leggere.
Giulia,
se stai leggendo queste parole significa che qualcuno ti ha raccontato la verità. O almeno una parte.
Non so quanto ti abbiano detto, ma c'è una cosa che devi sapere.
Quella sera Vittorio non aveva nessuna intenzione di appiccare un incendio.
Gli avevo chiesto soltanto di entrare in casa e mettere tutto a soqquadro.
La benzina l'ho versata io, prima di partire.
Non pensavo che tua madre sarebbe tornata così presto.
Quando Vittorio ha acceso il fiammifero, non sapeva cosa sarebbe successo.
E quando è scappato, credeva davvero che l'appartamento fosse vuoto.
La porta, però, l'ha chiusa lui.
Questo non gliel'ho mai perdonato.
Giulia si fermò.
Le mani le tremavano.
Continuò.
Ho passato il resto della vita a cercare qualcuno a cui dare la colpa.
Perché era più facile che guardarmi allo specchio.
Se un giorno deciderai di tornare in quella casa, ricordati che la verità non rende necessariamente migliori le persone.
A volte le rende soltanto più sole.
Giulia lasciò cadere il foglio.
Il telefono era ancora acceso.
Dall'altra parte qualcuno respirava.
«Hai letto?» chiese la voce.
Giulia chiuse gli occhi.
«Sì.»
«Adesso capisci?»
Lei rimase in silenzio.
«Giulia?»
«Chi sei?»
La risposta arrivò dopo qualche secondo.
«Qualcuno che conosceva tuo padre molto bene.»
«Chi sei?» ripeté, questa volta urlando.
La comunicazione si interruppe.
Giulia richiamò.
Numero inesistente.
Rimase seduta sul pavimento, con la lettera stretta tra le dita.
Solo allora notò un particolare.
La busta era nuova.
La carta, invece, vecchia di anni.
Qualcuno aveva trovato quella lettera prima di lei.
Qualcuno l'aveva rimessa lì.
E qualcuno aveva aspettato diciassette anni per farle aprire quella scatola.
Dal corridoio arrivò un rumore.
Un passo.
Poi un altro.
Giulia sollevò lentamente la testa.
La porta d'ingresso era aperta.
Era sicura di averla chiusa.
Si alzò, trattenendo il respiro.
«C'è qualcuno?»
Nessuna risposta.
Fece un passo verso il corridoio.
Poi un altro.
Sul tavolo del soggiorno, accanto ai piatti che aveva appena raccolto, c'era un terzo bicchiere.
Era pieno di vino rosso.
E qualcuno ci aveva appena bevuto.