Vai al contenuto

Dalla mia penna

La deviazione

Number0 Sh

Una storia di Number0

La storia

La corriera delle 23:40 partì con sette minuti di ritardo. Paolo Rinaldi chiuse le porte, controllò lo specchietto e lasciò la pensilina della stazione con la solita sensazione di essere l'ultimo uomo ancora al lavoro in tutta la provincia. Faceva quella linea da ventidue anni. Conosceva ogni curva, ogni semaforo e persino le buche che il Comune prometteva di sistemare a ogni primavera. Quella sera aveva undici passeggeri, un termos di caffè ormai freddo e un dolore alla spalla sinistra che lo accompagnava da almeno tre settimane. Mancavano quarantotto minuti al deposito, poi avrebbe potuto tornare a casa, togliersi le scarpe e dormire fino alle dieci. Era tutto quello che desiderava.

La pioggia cominciò poco dopo il cavalcavia. Non era particolarmente forte, ma l'asfalto rifletteva i fari delle automobili e costringeva a prestare maggiore attenzione. Alla fermata dell'ospedale scesero tre persone, altre due al distributore di via Roma. Quando imboccò la provinciale per San Rocco, a bordo erano rimasti soltanto sei passeggeri: un uomo anziano con un cappello di feltro, due ragazzi che ascoltavano musica dallo stesso telefono, una donna con un cappotto verde e una borsa della spesa, un uomo sulla quarantina seduto dietro il conducente e una ragazzina che era salita al capolinea senza dire una parola.

Paolo l'aveva notata subito. Avrà avuto sedici, forse diciassette anni. Indossava una felpa grigia, dei jeans e un giubbotto troppo leggero per quella stagione. Aveva pagato in contanti, contando le monete sul palmo della mano, e si era sistemata in fondo alla corriera. Ogni tanto alzava la testa per guardare attraverso il lunotto posteriore. Non aveva toccato il telefono, non aveva messo le cuffie e non sembrava interessata a niente di quello che accadeva intorno a lei. Paolo aveva pensato a una lite con i genitori. Ne aveva visti a centinaia di ragazzi così.

Alle 23:58 il cellulare di servizio, fissato accanto al cruscotto, emise una breve notifica.

DEVIAZIONE TEMPORANEA — SP 18 CHIUSA AL KM 12. SEGUIRE PERCORSO ALTERNATIVO PER CASCINA NUOVA.

Paolo rallentò. La provinciale 18 era l'unica strada decente per raggiungere San Rocco. La deviazione indicata attraversava una zona agricola, con carreggiate strette e pochissima illuminazione. Avrebbe aggiunto almeno venti minuti al percorso. Prese il microfono della radio di bordo e chiamò la centrale.

«Ventitré-quaranta per centrale. Confermate chiusura della provinciale?»

Un fruscio, poi la voce di un uomo.

«Confermato. Intervento urgente dei vigili del fuoco. Procedere per Cascina Nuova.»

Paolo aggrottò la fronte. Di solito rispondeva Nadia, che faceva il turno serale dal lunedì al venerdì. Quella voce non la conosceva.

«Chi è in centrale?»

«Personale di sostituzione. Proceda sulla deviazione, Rinaldi.»

Paolo rimise il microfono al suo posto. Gli capitava raramente che la centrale lo chiamasse per cognome, soprattutto quando c'erano variazioni improvvise. Non era una cosa strana, in sé. Eppure qualcosa nel tono dell'uomo lo aveva infastidito. Non sembrava avere fretta di spiegare. Sembrava avere fretta di chiudere la comunicazione.

All'incrocio con la strada di Cascina Nuova trovò un cartello giallo, sistemato davanti a due transenne. Una freccia indicava la deviazione verso destra. Accanto al cartello c'era un furgone bianco, con le quattro frecce accese. Paolo svoltò, facendo attenzione a non prendere il fosso con le ruote posteriori.

Dopo qualche centinaio di metri, l'uomo seduto dietro di lui si alzò e si avvicinò alla cabina.

«Scusi, quanto ci mettiamo ad arrivare a San Rocco?»

«Con questa strada, almeno mezz'ora.»

«Ma non era più veloce passare da Ponte Vecchio?»

«La provinciale è chiusa.»

«Ho capito. Dicevo passando dall'altra parte.»

Paolo lo guardò brevemente nello specchietto. Portava una giacca blu scuro, aveva i capelli rasati e una piccola cicatrice sotto il mento. Teneva una mano infilata nella tasca destra.

«Da Ponte Vecchio non ci passa una corriera di queste dimensioni. Il ponte è troppo stretto.»

L'uomo annuì, ma non tornò a sedersi. Rimase accanto alla prima fila, osservando la strada.

«Comunque è strano», aggiunse. «Non ho visto nessun mezzo dei pompieri.»

«Magari sono più avanti.»

«Già. Magari.»

Paolo aspettò che l'uomo si allontanasse, poi controllò nuovamente lo specchietto centrale. La ragazzina in fondo alla corriera si era spostata di due file. Ora era seduta vicino al finestrino sinistro e guardava fisso verso la cabina.

Quando i loro occhi si incontrarono nello specchietto, lei abbassò subito la testa.

La strada continuava tra campi e capannoni agricoli. Pioveva più forte e i tergicristalli faticavano a tenere pulito il parabrezza. Paolo abbassò leggermente il riscaldamento. Aveva caldo, nonostante la temperatura esterna.

Fu allora che sentì un rumore alle proprie spalle. Un colpo leggero, quasi un oggetto caduto sul pavimento.

La ragazzina era in piedi.

«Devo scendere», disse.

Paolo guardò la strada. Non c'erano fermate per almeno quattro chilometri.

«Qui non posso fermarmi.»

«È urgente.»

«Alla prima piazzola ti faccio scendere.»

L'uomo con la giacca blu si voltò.

«È una strada di campagna, signorina. Dove vuole andare a quest'ora?»

Lei non rispose. Aveva lo sguardo fisso sul conducente.

«Devo scendere adesso.»

Paolo cominciò a rallentare, cercando un punto in cui accostare. Vide una rientranza sulla destra, forse l'accesso a un campo, ma prima che potesse raggiungerla la ragazza fece una cosa inaspettata.

Si avvicinò alla cabina, appoggiò una mano sul divisorio e lasciò cadere un piccolo foglio piegato accanto al posto di guida.

«Mi è caduto il biglietto», mormorò.

Si chinò, ma Paolo fu più veloce.

«Lascia, lo raccolgo io.»

La ragazza tornò al suo posto senza aggiungere altro.

Il foglio non era un biglietto. Era un pezzo di carta strappato da un quaderno, con poche parole scritte in stampatello.

NON SI FERMI. L'UOMO CON LA GIACCA BLU HA UNA PISTOLA.

Paolo lesse due volte.

Poi, lentamente, sollevò lo sguardo verso lo specchietto.

L'uomo con la giacca blu lo stava osservando.

Per alcuni secondi Paolo non riuscì a pensare a niente. Continuò a guidare, mantenendo la velocità intorno ai cinquanta chilometri orari. Era una reazione automatica: le mani sul volante, il piede sull'acceleratore, gli occhi sulla strada. Il resto del corpo sembrava essersi staccato da quelle tre azioni.

Una pistola.

Non aveva mai visto una pistola vera, se non nelle fondine dei carabinieri. Non era neppure sicuro di averne paura nel modo giusto. Gli sembrava una parola fuori posto, qualcosa che apparteneva ai film e ai notiziari, non alla corriera che guidava da ventidue anni.

L'uomo tornò a sedersi, ma lasciò libera la mano destra. Paolo controllò lo specchietto laterale. Dietro di loro, a circa duecento metri, procedeva una berlina scura. L'aveva già vista poco prima dell'incrocio. Non significava necessariamente nulla, ma quando rallentò per affrontare una curva, anche l'automobile rallentò. Quando riprese velocità, quella fece altrettanto.

Prese il microfono.

«Ventitré-quaranta per centrale. Mi sentite?»

Il fruscio arrivò immediatamente.

«Avanti, Rinaldi.»

«Avrei bisogno di confermare il percorso. Dopo Cascina Nuova devo proseguire fino al bivio della provinciale 42?»

«Confermato. Mantenga il percorso.»

Paolo guardò il navigatore. La deviazione lo avrebbe portato a un incrocio dove la strada diventava ancora più stretta. Non c'erano case, bar o distributori di carburante. Solo campi.

«Mi potete dire se la provinciale riapre a breve?»

«Non abbiamo informazioni. Prosegua.»

«Ricevuto.»

L'uomo con la giacca blu si sporse nuovamente.

«Problemi?»

«No. Devo solo capire da che parte andare.»

«Non si preoccupi. Conosco la strada.»

Paolo gli rivolse un sorriso che sperò sembrasse naturale.

«Allora mi sarà utile.»

L'uomo non sorrise.

Intanto la donna con il cappotto verde aveva cominciato a sistemare la spesa nella borsa. I due ragazzi continuavano a guardare qualcosa sul telefono, completamente ignari. L'anziano dormiva con il mento appoggiato al petto.

Paolo pensò che, se davvero quell'uomo aveva una pistola, la cosa peggiore sarebbe stata spaventare i passeggeri. Bastava che uno dei ragazzi si mettesse a urlare o che qualcuno tentasse di scappare per trasformare una situazione ancora gestibile in un disastro.

Il cellulare personale era nella tasca della giacca, appesa dietro il sedile. Non poteva prenderlo senza farsi notare. Quello di servizio era bloccato nella schermata della navigazione. Poteva forse chiamare il 112, ma avrebbe dovuto cercare il numero e parlare davanti all'uomo.

Poi ricordò una cosa.

Il sistema di bordo aveva una funzione di emergenza. Un pulsante nascosto sotto il cruscotto, installato dopo una serie di aggressioni agli autisti. Serviva a inviare un allarme silenzioso alla centrale operativa. Paolo non lo aveva mai usato, a parte durante una dimostrazione quattro anni prima.

Allungò lentamente la mano sinistra sotto il volante, cercando il pulsante al tatto.

Lo trovò.

Premette.

Un piccolo LED rosso si accese per un istante, poi scomparve.

Paolo respirò più lentamente.

Qualcuno avrebbe ricevuto l'allarme.

Almeno sperava.

La prima vera difficoltà arrivò tre chilometri dopo.

La strada terminava in un incrocio a T. A sinistra si tornava verso la provinciale 42. A destra, invece, si raggiungeva un vecchio stabilimento di lavorazione del legname, chiuso da almeno dieci anni.

Il navigatore indicava la destra.

Paolo rallentò.

«Ma che diavolo...»

L'uomo con la giacca blu si alzò.

«A destra.»

«Non può essere. Questa strada porta alla segheria.»

«Si ricollega più avanti.»

«Non con una corriera. C'è un ponte che non regge questo peso.»

L'uomo si avvicinò fino a sfiorare il divisorio della cabina.

«Le ho detto di andare a destra.»

Paolo guardò lo specchietto. La ragazzina era immobile. Aveva entrambe le mani strette intorno alla cintura della borsa che teneva sulle ginocchia.

«Mi ascolti», disse Paolo, cercando di mantenere la calma. «Conosco questa zona. Se andiamo di là, rischiamo di restare bloccati.»

L'uomo infilò una mano nella giacca.

Ne estrasse una pistola nera.

Non la puntò subito. La tenne bassa, nascosta alla vista dei passeggeri dalla parete della cabina.

«Allora restiamo bloccati.»

Paolo sentì le dita irrigidirsi sul volante.

«Che cosa vuole?»

«Guidi.»

«Ho sei persone a bordo.»

«Lo so contare.»

«Ci sono due ragazzini.»

L'uomo avvicinò la pistola al fianco del conducente.

«Non mi costringa a ripeterlo.»

Paolo girò a destra.

La berlina alle loro spalle fece la stessa cosa.

La strada per la segheria era poco più larga della corriera. I rami degli alberi sfioravano i finestrini e ogni tanto le ruote entravano in una buca piena d'acqua, facendo sobbalzare i passeggeri. Uno dei due ragazzi tolse finalmente le cuffie.

«Ma dove stiamo andando?»

«C'è una deviazione», rispose Paolo.

«Sì, ma questa è una strada privata.»

L'uomo armato si voltò.

«Il conducente sa quello che fa. Restate seduti.»

Il ragazzo stava per rispondere, ma l'amico gli diede una gomitata. Aveva visto la pistola.

In pochi secondi il silenzio si diffuse per tutta la corriera. Anche la donna con il cappotto verde se ne accorse. Smise di sistemare la borsa e rimase con le mani sulle ginocchia.

Paolo sentì un rumore metallico provenire dal cruscotto. Il cellulare di servizio si era illuminato.

ALLARME RICEVUTO. ATTENDERE ISTRUZIONI.

Il messaggio rimase visibile soltanto un istante. Poi comparve una nuova comunicazione.

FERMARSI AL CANCELLO DELLO STABILIMENTO.

Paolo guardò lo schermo.

Il messaggio era arrivato dalla centrale.

Il pulsante di emergenza aveva funzionato, ma qualcuno stava usando il canale di servizio per dirgli di fermarsi proprio nel luogo indicato dall'uomo armato.

Capì allora che la deviazione non era un incidente.

Qualcuno l'aveva organizzata.

«Quanto manca?» chiese l'uomo.

«Due chilometri.»

«Bene.»

Paolo osservò lo specchietto. La berlina continuava a seguirli.

Guardò la ragazzina. Aveva cominciato a piangere in silenzio.

«Mi dica almeno cosa vuole fare con loro», chiese.

«Con chi?»

«Con i passeggeri.»

«Non sono affari suoi.»

«Io sono responsabile di quello che succede su questa corriera.»

L'uomo rise piano.

«Allora faccia in modo che non succeda niente.»

Paolo rimase zitto.

Aveva bisogno di capire quale fosse il vero obiettivo.

Se volevano rapinare i passeggeri, perché portarli fino alla segheria? Perché modificare il percorso sul sistema della centrale? Perché rischiare un'operazione tanto complicata per poche centinaia di euro e qualche telefono?

La risposta arrivò quando guardò nuovamente la ragazzina.

Non volevano la corriera.

Volevano lei.

«Come ti chiami?»

Paolo aveva parlato abbastanza forte perché tutti potessero sentirlo.

La ragazza sollevò la testa.

«Chiara.»

«Chiara, ascoltami. Stiamo per arrivare a un tratto di strada molto brutto. Vorrei che ti sedessi più avanti, così posso controllare che tu stia bene.»

L'uomo armato si irrigidì.

«Resta dove sei.»

Paolo non si voltò.

«Se cade e si fa male, poi sono problemi miei.»

«Le ho detto di lasciarla stare.»

La ragazza non si mosse.

Paolo capì che doveva smettere. Aveva già attirato troppa attenzione.

Proseguirono ancora per qualche centinaio di metri. Poi, dopo una curva particolarmente stretta, apparve il cancello della segheria. Era aperto. Oltre l'ingresso si intravedeva un piazzale pieno di erbacce, con due edifici industriali e una tettoia di lamiera.

Sotto la tettoia c'era un furgone grigio.

Accanto al furgone, due uomini.

Uno fumava.

L'altro teneva una torcia elettrica.

«Entri», ordinò l'uomo con la giacca blu.

Paolo diminuì la velocità.

Erano a meno di cento metri dal cancello.

«Non posso fare manovra là dentro.»

«Non deve fare manovra.»

«E come ne usciamo?»

L'uomo puntò finalmente la pistola contro di lui.

«Non è previsto che lei esca.»

Paolo sentì qualcosa cedere dentro lo stomaco.

Per la prima volta da quando aveva trovato il biglietto, pensò davvero che sarebbe morto.

Non in modo astratto. Non come una possibilità remota.

Sarebbe morto quella notte, seduto al posto di guida della sua corriera, a pochi chilometri da casa.

Pensò a sua moglie, che probabilmente aveva già spento la televisione. Pensò a sua figlia, che gli aveva chiesto di accompagnarla all'aeroporto il lunedì successivo. Pensò alle bollette ancora da pagare e alla visita dal fisioterapista fissata per martedì.

Pensieri stupidi, senza alcuna importanza.

Poi vide una cosa.

Sul lato sinistro del cancello c'era un vecchio muro di contenimento, alto poco più di un metro. Subito dopo, la strada proseguiva in discesa verso un sottopasso ferroviario. Paolo ricordava quel sottopasso. Era stato chiuso al traffico pesante molti anni prima perché l'altezza massima consentita era di tre metri.

La sua corriera ne misurava tre metri e venti.

Non poteva passarci.

Ma non aveva bisogno di passarci.

Aveva bisogno soltanto di arrivarci.

«Vado piano», disse.

L'uomo non rispose.

Paolo avvicinò il piede al freno e rallentò fino a venti chilometri orari. All'altezza del cancello girò leggermente il volante, come per entrare nel piazzale.

Poi accelerò.

L'uomo urlò qualcosa.

Paolo sterzò a sinistra.

La corriera superò il cancello e proseguì lungo la strada in discesa. Il motore salì di giri. Alle loro spalle qualcuno gridò.

L'uomo con la pistola perse l'equilibrio e finì contro il divisorio della cabina.

Paolo frenò bruscamente.

La pistola colpì il pavimento.

«Giù!» urlò.

I passeggeri si gettarono tra i sedili.

L'uomo tentò di recuperare l'arma, ma Paolo aveva già spalancato la porta anteriore con il comando di emergenza. La corriera era ferma di traverso sulla carreggiata, a pochi metri dal sottopasso.

«Fuori! Tutti fuori!»

I due ragazzi furono i primi a muoversi. Uno aiutò l'anziano a scendere, mentre la donna con il cappotto verde trascinava Chiara verso la porta posteriore.

L'uomo armato si rialzò.

La pistola era ancora sul pavimento.

Paolo vide la sua mano allungarsi.

Istintivamente, premette con tutta la forza che aveva il pedale del freno.

Non servì a niente, naturalmente. La corriera era già ferma.

Ma quel gesto gli diede il tempo di sporgersi verso il microfono della radio, che era rimasto acceso.

«Sono Paolo Rinaldi! Linea ventitré-quaranta! Se qualcuno mi sente, siamo alla vecchia segheria, strada per Cascina Nuova! C'è un uomo armato!»

Un colpo secco.

Il parabrezza esplose in una ragnatela di crepe.

Paolo si abbassò.

Un secondo colpo mandò in frantumi il vetro laterale.

L'uomo aveva recuperato la pistola.

«Bastardo!»

Paolo aprì la porta della cabina e si gettò lungo il corridoio centrale. Atterrò male, battendo la spalla contro un sedile. Il dolore fu così forte che per un istante gli mancò il respiro.

La corriera era ormai quasi vuota.

Chiara, però, era ancora lì.

Si era nascosta dietro l'ultima fila, rannicchiata sul pavimento.

L'uomo la vide.

«Vieni fuori.»

La ragazza non rispose.

«Chiara, non farmelo ripetere.»

Paolo sollevò lentamente la testa.

«Lascia stare la ragazza.»

L'uomo gli puntò contro la pistola.

«Tu non dovevi fare niente. Dovevi soltanto guidare.»

«Adesso i carabinieri sanno dove siamo.»

L'uomo sorrise.

«Ne sei sicuro?»

Dal piazzale arrivò il rumore di un motore.

Il furgone grigio si stava avvicinando.

Paolo guardò il finestrino rotto. La berlina scura era ferma di traverso all'ingresso della segheria, impedendo alle altre automobili di passare.

«Chi siete?» chiese.

L'uomo non rispose.

«Che cosa ha fatto quella ragazza?»

«Niente.»

«E allora perché la volete?»

«Perché ha visto una cosa che non doveva vedere.»

Un rumore proveniente dall'esterno lo interruppe.

Tre colpi secchi contro la carrozzeria.

L'uomo armato si voltò.

Attraverso il finestrino comparve un volto.

Era il conducente del furgone.

«Muoviti! Abbiamo compagnia!»

L'uomo con la giacca blu guardò verso la strada.

In lontananza si vedevano due fari.

Poi quattro.

Un'automobile stava scendendo verso il sottopasso.

Non aveva lampeggianti, non aveva sirene. Procedeva lentamente, come se il conducente stesse cercando di capire cosa fosse successo.

L'uomo armato bestemmiò.

Afferrò Chiara per un braccio e la trascinò nel corridoio.

Paolo tentò di alzarsi, ma la spalla cedette.

La ragazza gridò.

L'uomo la spinse verso la porta posteriore.

«Cammina!»

Paolo riuscì a rimettersi in piedi appoggiandosi a un sedile.

Poi vide qualcosa che gli fece cambiare idea.

L'automobile che si stava avvicinando non era una pattuglia.

Era una piccola utilitaria rossa.

E sul sedile del passeggero c'era una donna.

La donna con il cappotto verde.

La donna scese prima ancora che l'automobile si fermasse completamente.

Gridava qualcosa.

Paolo non riusciva a sentirla attraverso i vetri rotti e il rumore del motore.

Il conducente del furgone si voltò verso di lei, sorpreso.

L'uomo armato approfittò di quel momento per trascinare Chiara giù dalla corriera.

«Mamma!» urlò la ragazza.

Paolo rimase immobile.

La donna con il cappotto verde era sua madre.

Era stata a bordo per tutto il viaggio.

Non si erano mai guardate, non si erano mai parlate. Non si erano neppure sedute vicine.

L'uomo con la giacca blu sembrò esitare.

«Tu dovevi essere a casa.»

La donna si fermò a pochi metri da lui.

«Lasciala andare.»

«Hai fatto una stupidaggine.»

«Ho portato quello che volevi.»

Sollevò una borsa nera.

Era diversa da quella della spesa.

Paolo non l'aveva vista prima.

«Dammela», disse l'uomo.

«Prima mia figlia.»

«Non funziona così.»

«Allora non avrai niente.»

La donna posò lentamente la borsa sull'asfalto bagnato.

Il conducente del furgone si avvicinò.

Aveva in mano una pistola.

Paolo sentì il cuore battere così forte da fargli male.

Un'altra pistola.

Due uomini armati, una ragazza in ostaggio, una madre che evidentemente sapeva molto più di quanto avesse lasciato intendere.

Non c'era nessun modo di sistemare quella situazione.

Eppure la donna sembrava incredibilmente calma.

«I documenti sono qui», disse.

«Tutti?»

«Tutti.»

«E le copie?»

«Non ce ne sono.»

L'uomo con la giacca blu rise.

«Ti conosco, Laura.»

La donna non distolse lo sguardo.

«E io conosco te.»

Il conducente del furgone raccolse la borsa e la aprì.

Dentro c'erano alcuni fascicoli, una chiavetta USB e un piccolo computer portatile.

Frugò tra i documenti.

Poi guardò il complice.

«Sembra tutto.»

L'uomo con la giacca blu spinse Chiara verso la madre.

«Adesso andatevene.»

La donna afferrò la figlia e cominciò ad arretrare.

Paolo provò un sollievo improvviso.

Durò pochissimo.

Il conducente del furgone sollevò la pistola.

La puntò contro la donna.

«Mi dispiace, Laura.»

Il primo colpo non arrivò dalla pistola dell'uomo.

Arrivò dalla corriera.

Un colpo violento, metallico, seguito dal rumore assordante dell'avvisatore acustico.

Paolo aveva raggiunto la cabina.

Con la mano buona teneva premuto il clacson, mentre con l'altra cercava disperatamente di innestare la marcia.

L'uomo con la giacca blu si voltò.

«Fermo!»

Paolo accelerò.

La corriera si mosse di scatto.

Non aveva chiuso le porte. Non aveva allacciato la cintura. Il parabrezza era distrutto e il motore protestava sotto lo sforzo improvviso.

Ma avanzò.

L'uomo con la pistola si gettò di lato.

Il conducente del furgone fece appena in tempo a saltare dietro un cumulo di pallet.

La corriera colpì il furgone grigio con la parte anteriore destra.

Il rumore fu terribile.

Metallo contro metallo, vetri che si rompevano, plastica che cedeva.

Paolo sbatté il petto contro il volante.

Il motore si spense.

Per qualche secondo non sentì nulla.

Poi arrivarono le urla.

La donna con il cappotto verde stava trascinando Chiara verso l'utilitaria rossa. Uno dei ragazzi era al volante. L'altro teneva aperta la portiera posteriore.

Il conducente del furgone era a terra, immobile.

L'uomo con la giacca blu, invece, stava correndo verso la berlina scura.

Paolo cercò di aprire la porta.

Non ci riuscì.

La cabina si era deformata nell'urto.

Provò a muovere la gamba destra e sentì una fitta lancinante al ginocchio.

Poi udì finalmente il suono di una sirena.

Una sirena vera.

Non proveniva dal piazzale.

Arrivava dalla strada principale.

L'uomo con la giacca blu si fermò accanto alla berlina.

Guardò verso il sottopasso.

Poi tornò indietro, in direzione della corriera.

Aveva ancora la pistola in mano.

Paolo lo vide avvicinarsi attraverso il parabrezza crepato.

«No», mormorò.

Tentò inutilmente di spostarsi.

L'uomo raggiunse la porta anteriore, salì sul primo gradino e sollevò l'arma.

Poi si fermò.

Alle sue spalle qualcuno aveva gridato.

«Carabinieri! Getti la pistola!»

L'uomo rimase immobile per un istante.

Poi abbassò lentamente il braccio.

La pistola cadde sul pavimento.

Paolo chiuse gli occhi.

Questa volta non per la paura.

Per la stanchezza.

Quando si risvegliò, era su una barella.

Un paramedico gli stava tagliando la manica della camicia.

«Mi sente? Come si chiama?»

«Paolo.»

«Bene, Paolo. Ha avuto un incidente. Siamo qui per aiutarla.»

«La ragazza...»

«Sta bene.»

«E sua madre?»

«Anche lei. Adesso non si muova.»

Paolo tentò di sollevare la testa.

Vide la corriera ferma di traverso, il muso accartocciato contro il furgone. C'erano tre ambulanze, due pattuglie dei carabinieri e un'automobile dei vigili del fuoco.

Pioveva ancora.

Un maresciallo si avvicinò alla barella.

«Signor Rinaldi, mi sente?»

Paolo annuì.

«Sono il maresciallo Conti. Avrei bisogno di farle qualche domanda, ma possiamo aspettare.»

«La centrale», disse Paolo.

«Come?»

«La centrale sapeva.»

Il maresciallo rimase in silenzio.

«Mi hanno mandato loro su quella strada. Hanno risposto alla radio. Hanno ricevuto l'allarme.»

Conti si voltò verso un collega.

«Chiama il comando. Voglio che venga sequestrato il sistema di comunicazione dell'azienda. Subito.»

Paolo afferrò il polso del maresciallo.

«E c'è un'altra cosa.»

«Mi dica.»

«Quell'uomo conosceva il mio cognome.»

«Quale uomo?»

«Quello al telefono. Quando ho chiesto della deviazione.»

Il maresciallo lo guardò attentamente.

«Era la stessa voce che ha sentito durante il viaggio?»

Paolo annuì.

«E ha riconosciuto qualcuno tra gli uomini che erano qui?»

«No.»

Conti si tolse il berretto e si passò una mano tra i capelli bagnati.

«Va bene. Ne parleremo con calma.»

Fece per allontanarsi.

«Maresciallo.»

«Sì?»

«Che cosa aveva visto quella ragazza?»

Conti esitò.

«Non sappiamo ancora tutto.»

«Ma qualcosa sì.»

L'uomo si chinò leggermente verso la barella.

«Suo padre lavorava per una società di trasporti. È morto tre settimane fa, in quello che sembrava un incidente sul lavoro. La moglie ha trovato dei documenti che dimostrerebbero un traffico illegale di merci attraverso alcuni magazzini della zona. Pare siano coinvolte diverse persone.»

«Anche qualcuno della mia azienda?»

«È possibile.»

Paolo lasciò andare il polso del maresciallo.

Guardò la corriera distrutta.

Aveva ventidue anni di servizio, una sola multa per eccesso di velocità e non aveva mai fatto un incidente.

Adesso il suo autobus era ridotto a un ammasso di ferraglia.

Il maresciallo gli appoggiò una mano sulla spalla sana.

«Ha fatto una cosa coraggiosa, Rinaldi.»

Paolo guardò la strada.

«Ho avuto una paura tremenda.»

«Lo immagino.»

«No, non credo.»

Il maresciallo non rispose.

Tre giorni dopo, Paolo ricevette una visita in ospedale.

Era pomeriggio. Stava cercando di mangiare una mela con la mano sinistra, perché il braccio destro era immobilizzato in un tutore e il ginocchio gli faceva ancora male.

Qualcuno bussò.

«Avanti.»

La porta si aprì.

Era Chiara.

Dietro di lei c'era sua madre.

La ragazza aveva gli stessi vestiti della sera dell'incidente, ma portava i capelli raccolti e sembrava più giovane.

«Possiamo entrare?»

Paolo posò la mela.

«Certo.»

Chiara si avvicinò al letto.

«Volevo ringraziarla.»

«Non devi.»

«Se non ci fosse stato lei...»

«Non cominciare, che poi mi metto a piangere.»

La ragazza sorrise.

Sua madre gli strinse la mano.

«Ci ha salvato la vita.»

Paolo si strinse nelle spalle, facendo una smorfia di dolore.

«Diciamo che ho fatto un bel casino.»

Rimasero a parlare per quasi mezz'ora. Chiara raccontò di aver visto uno degli uomini armati vicino alla loro casa qualche giorno prima. Aveva riconosciuto la berlina scura e capito che qualcuno la seguiva. Sua madre aveva tentato di proteggerla facendola salire sulla corriera, mentre cercava di raggiungere un posto sicuro con i documenti che aveva trovato tra le cose del marito.

«Ma non dovevi salire sul mio autobus anche tu», disse Paolo alla donna.

«Non dovevo. Mi avevano detto che mia figlia sarebbe arrivata a San Rocco, dove qualcuno l'avrebbe aspettata.»

«Chi?»

«Una persona di cui mi fidavo.»

«E invece?»

Laura abbassò gli occhi.

«Era uno di loro.»

Paolo annuì lentamente.

La donna estrasse dalla borsa una busta.

«È una cosa da parte nostra.»

«Non voglio soldi.»

«Non sono soldi.»

Dentro c'era un biglietto scritto a mano.

Grazie per non essersi fermato.

Sotto, la firma di Chiara.

Paolo lo lesse due volte.

Poi lo appoggiò sul comodino.

«Quello lo tengo.»

Quando se ne andarono, rimase a lungo a guardare il biglietto. Gli ricordava quello che aveva raccolto sul pavimento della corriera. Poche parole scritte in fretta, sufficienti a cambiare la vita di tutti.

Stava per addormentarsi quando il telefono vibrò.

Era un messaggio di Nadia, la collega della centrale.

Come stai, vecchio? Quando torni ti offro un caffè. Quello buono, non la schifezza delle macchinette.

Paolo sorrise.

Poi scrisse:

Mi dici una cosa? La sera dell'incidente chi c'era in centrale al tuo posto?

La risposta arrivò quasi subito.

Al mio posto?

Sì. Ho parlato con un uomo. Mi ha comunicato la deviazione.

Passarono due minuti.

Poi il telefono vibrò nuovamente.

Paolo, quella sera ero io in centrale. Ho fatto tutto il turno.

Lui fissò il messaggio.

Cominciò a scrivere.

Ma non eri tu a rispondermi alla radio.

Tre puntini apparvero sullo schermo.

Scomparvero.

Riapparvero.

Infine arrivò la risposta.

Lo so.

Paolo si mise seduto.

Il dolore alla spalla gli strappò un gemito, ma non ci fece caso.

Un altro messaggio.

Ho sentito tutta la conversazione. La radio era collegata, ma non riuscivo a parlare. Qualcuno aveva preso il controllo del sistema.

Paolo digitò con le dita che gli tremavano.

Perché non hai chiamato i carabinieri?

La risposta questa volta arrivò dopo quasi un minuto.

Li ho chiamati. È per questo che sono arrivati.

Paolo si lasciò andare contro il cuscino.

Almeno quello aveva una spiegazione.

Poi arrivò un ultimo messaggio.

Ma c'è una cosa che non ti ho detto. Quando hai attivato l'allarme silenzioso, la centrale ha ricevuto anche un'altra comunicazione.

Quale?

Un messaggio automatico inviato dal tuo mezzo.

Paolo aspettò.

Diceva che la corriera era vuota. Zero passeggeri a bordo.

Rimase immobile.

Poi scrisse:

Impossibile. C'erano sei persone.

Nadia rispose:

Lo so. Ma qualcuno aveva modificato anche il conteggio dei passeggeri. E non è stato fatto durante il viaggio.

Paolo sentì un peso allo stomaco.

Quando?

Prima che partissi dalla stazione.

Rilesse quelle parole.

Prima che partisse.

Qualcuno aveva preparato tutto quando la corriera era ancora ferma al capolinea.

Qualcuno sapeva già che Chiara sarebbe salita.

E aveva organizzato il percorso, la deviazione e il falso allarme con largo anticipo.

Paolo guardò fuori dalla finestra.

Un uomo stava attraversando il parcheggio dell'ospedale, con una borsa in mano.

Lo osservò senza un motivo preciso.

Poi tornò al telefono.

Chi aveva accesso al sistema prima della partenza?

Questa volta Nadia non rispose.

Paolo aspettò cinque minuti.

Poi dieci.

Provò a chiamarla.

Il telefono squillò a vuoto.

Stava per richiamare quando arrivò un nuovo messaggio.

Non era di Nadia.

Il numero era sconosciuto.

La prossima volta si fermi dove le viene detto, Rinaldi.

Paolo fissò lo schermo.

Subito dopo arrivò una fotografia.

Mostrava la facciata dell'ospedale.

La sua finestra era cerchiata in rosso.

E la fotografia era stata scattata pochi istanti prima.

Paolo sollevò lentamente lo sguardo verso il parcheggio.

L'uomo con la borsa non c'era più.

Sul vetro, all'altezza del suo letto, qualcuno aveva appena bussato.

Tre colpi.

Paolo si voltò di scatto.

Dietro di lui c'era un infermiere con un vassoio.

«Scusi, le ho fatto prendere paura?»

Paolo non rispose.

L'infermiere appoggiò il vassoio sul comodino.

«Le ho portato la terapia.»

Aveva una mascherina chirurgica sul viso e una targhetta girata al contrario.

Paolo guardò la sua mano destra.

Sotto il polsino della divisa si intravedeva una piccola cicatrice.

Poi vide il telefono che sporgeva dalla tasca dell'uomo.

Sullo schermo ancora acceso c'era una fotografia.

La finestra della sua stanza.

Cerchiata in rosso.

Dietro le pagine

Number0 Sh

Mi chiamo  Enrico Mele  e ho ricoperto molti ruoli nella mia vita: figlio, fratello, padre e zio, oltre a compagno di Letizia. Sono un informatico, un cuoco e un artigiano; una persona in continua evoluzione, che si sente a volte …

Biografia e libri dell'autore →

Altre letture dello stesso autore

Ti piace questo genere?